lunedì 18 aprile 2011

Non sono io che perdo le cose: sono loro che giocano a nascondino con me

Salve popolo!
Ormai vi starete chiedendo che fine ha fatto Vane e perchè non scrive più. Non temete, ha colo qualche problema con la sua linea internet, appena può tornerà a scrivere per voi. Intanto mi ha detto di scrivervi che le mancate tanto e di anticiparvi il fatto che ha già qualche sorpresina per il blog. Siccome tutti noi le vogliamo bene le auguriamo anche buon primo giorno del nuovo lavoro. Che la Sforza sia con te Vane!

Per quanto mi riguarda la primavera, il sole ed il caldo mi abbioccano impedendomi di scrivere cose grammaticalmente/sintatticamente/logicamente corretta (si, lo so non è una novità).
Per le suddette regioni ho deciso di pubblicare una vecchia storiellina che scrissi il primo anno di superiori, quindi sette anni fa circa. Abbiate pietà perchè non l'ho riletta e conseguetemente corretta da eventuali errori.


John Rice

Era una notte strana, l’aria ferma di quel mese autunnale puzzava di foglie umide. Non un suono, non un lupo che ululasse, ne il ruggito di una macchina. Sembrava che la vita si fosse fermata. Fu proprio quella notte che John Rice, poliziotto ormai disfatto dalla vita, si trovò a camminare per le strade di New York, senza meta. Pensava alla sua vita, a quello che era stato e a ciò che sarebbe successo il giorno dopo: una pattuglia dei suoi ex colleghi lo avrebbe prelevato dal suo appartamento di periferia e da lì l’avrebbe condotto in prigione. Non sapeva dove lo stavano conducendo le sue gambe, ne lo voleva sapere. Sui suoi vestiti c’erano delle macchie rosso acceso, le sue mani erano impregnate delle stesso colore e di uno strano odore dolciastro di morte. Chissà se il sapone e l’acqua calda sarebbero bastati a spazzare via quell’orrore. Più ci pensava più rimbombava dentro di lui quell’intenso piacere datogli nel sentire quel corpo caldo e morbido sotto le sue mani. La vita che piano piano scivolava via, mentre un coltello affondava la sua lama nello stomaco, per poi salire verso il cuore e tornare giù, sulla pancia, infierendo più volte su quella giovane vita, ormai svanita, nell’ultimo spasmo di dolore. I neri e lisci capelli, che ormai avevano perso la loro lucentezza, non bastavano a coprire quegli occhi sbarrati, quasi a chiedere il perché di un gesto così violento. Un ultimo bacio sulla fronte e poi via verso la strada. Finalmente a casa, una doccia per lavare via la morte e poi a lavoro. Un caffè al bar della centrale, sorrisi falsi ai colleghi. "Ehi John, cos’ hai fatto ieri sera?"
"Mah, nulla di speciale…"Disse sorseggiando il suo caffè.

Poi teoricamente dovrebbe continuare ma preferisco chiuderla qui.
Mi congedo.
-E-

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